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Castel San Vincenzo. Dal selciato al cemento, il patrimonio culturale tra rampe e ruspe

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A Castel San Vincenzo, minuscolo borgo molisano da 300 anime (forse anche meno, dipende dal meteo e dalla nostalgia), si è deciso di trasformare un prezioso pezzo di storia locale in un moderno, banale e inutile spazio urbano con muretti, rampe, luci cangianti, sostituendo – peraltro – selciati pluricentenari con porfido… del Trentino.
Tutto ciò, con una spesa di oltre 70mila euro. Perché? Non è dato sapere.
Al centro della questione c’è la “Fonte San Vincenzo”, una fontana monumentale seicentesca in pietra locale, incastonata in un contesto che parla ancora il linguaggio sacro del tempo passato.
La fonte, e l’area ad essa circostante è, di fatto, un monumento storico, artistico, sociale, architettonico e identitario. Una “grande mammella” che ha dissetato almeno 20 generazioni, raccontato, creato storie e sorretto, per 400 anni, i ricordi.
Ma qualcosa ora è cambiato. L’area – ahimè – è incappata nell’attenzione dell’Amministrazione Comunale che vuole… «valorizzarla».
Essa è diventata teatro di un pesante intervento edilizio che, a quanto pare, non sarebbe avallato da alcuna autorizzazione storico artistica ma solo paesaggistica (!)… come se si stesse realizzando un’aiuola e non modificando un monumento seicentesco.
Eppure, come ben noto a chi ha letto anche solo distrattamente il D. Lgs. 42/2004 o Codice dei Beni Culturali, l’assenza di vincolo formale non equivale a libertà assoluta d’intervento.
Anche i beni non vincolati possono (e devono) essere protetti se di interesse culturale; e la Fonte San Vincenzo, con la sua architettura e i suoi 400 anni di storia, lo è eccome!
Il progetto che, per ricavare un parchetto pubblico moderno comporta, come già accennato, la rimozione dell’antico selciato, la sostituzione di originarie, secolari scalette in pietra con nuove e impattanti rampe, illuminazioni colorate e persino un muretto posticcio (già realizzato direttamente sul monumento che viene visivamente e arbitrariamente trasformato in una sorta di abbeveratoio), non solo modifica ma sconvolge la natura della fonte.
Tutto ciò, con buona pace del Codice dei Beni Culturali, che parla chiaro: “La conservazione del bene culturale ha come fine la tutela della sua integrità materiale e immateriale […] anche in relazione al contesto ambientale e paesaggistico”.
E qui ci si chiede: ma davvero serviva spendere diverse decine di migliaia di euro per deformare il contesto di una fonte storica che abbisognava solo di un economicissimo, piccolo riassetto e poi di essere mantenuta pulita e ordinata?
A rispondere sono proprio i cittadini che, esasperati, hanno presentato un esposto collettivo ai Carabinieri e alla Soprintendenza ABAP per il Molise, chiedendo la sospensione cautelativa dei lavori, un sopralluogo urgente, l’avvio della verifica dell’interesse culturale (art. 12) e il rispetto della normativa vigente che tutela non solo l’oggetto, ma anche il contesto, la memoria e il senso del luogo.
«Non si tratta di essere contro il cambiamento – dicono i firmatari – ma di riconoscere il valore di ciò che già esiste e che è già perfetto nella sua esecuzione artistica realizzata oltre 400 anni fa, quando anche un semplice scalpellino era un maestro pieno di sapienza».
Il rischio non è solo la perdita materiale di un bene storico, ma qualcosa di più sottile e pericoloso: la perdita dell’autenticità, del senso di continuità, del rispetto per il tempo, per l’identità e per la storia.
Sarebbe certamente più utile occuparsi di ciò che davvero serve: la manutenzione delle strade, il rilancio dell’economia locale e un utilizzo più sensato di fondi pubblici (magari far funzionare davvero progetti già partiti e poi lasciati a metà come il centro nautico, il museo archeologico, la raccolta differenziata o valorizzare spazi e parchi già realizzati ma trascurati e in stato di abbandono e degrado nonché di esperimenti progettuali finiti nell’oblio e nell’incompiuto).
Nel dubbio, meglio fermarsi, ricordare che un monumento storico non è un cantiere aperto alla creatività estemporanea ma è un lascito collettivo creato nei secoli che tiene salde le nostre radici e il nostro legame con il territorio.
Che la Soprintendenza, così come richiesto da almeno 40 cittadini (40 firme che per urgenza sono state raccolte in una sola ora), fermi immediatamente i lavori per verificare il vincolo storico artistico del bene e che l’Amministrazione comprenda che il paesaggio non è un vuoto da riempire, ma un pieno da assimilare, tutelare e rispettare.
Simona Carracillo

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